Il ruolo della psicologia dell’emergenza e del Primo Soccorso Psicologico nei contesti BLSD, a tutela della persona e del soccorritore
In BLSD Academy crediamo da sempre che il primo soccorso non sia solo una questione di tecniche, protocolli e tempi di intervento. È anche – e soprattutto – un’esperienza profondamente umana, che coinvolge emozioni, stress, paura e responsabilità.
Per questo riteniamo fondamentale affrontare il tema della dimensione psicologica dell’emergenza, sia per chi viene soccorso sia per chi interviene. Non a caso, nell’aggiornamento ILCOR 2025, l’ultimo anello della catena della sopravvivenza riconosce esplicitamente l’importanza del supporto psicologico al soccorritore laico, sottolineando quanto il “dopo” sia parte integrante del soccorso stesso.

Proprio perché non è un tema da trattare con superficialità, abbiamo scelto di affidarci alla competenza di una professionista della psicologia dell’emergenza. In questo articolo, la Dott.ssa Chiara Dotto ci accompagna a esplorare ciò che accade quando il cuore torna a battere, ma la mente resta in allerta, ricordandoci che formare per salvare significa anche formare per comprendere, sostenere e restare presenti.
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Quando il corpo si muove e la mente resta ferma

Chi ha vissuto un’emergenza conosce bene quel momento sospeso in cui il tempo sembra rallentare. Il corpo reagisce d’istinto: le mani si muovono, la voce chiama aiuto, l’attenzione si restringe su ciò che serve. È la risposta naturale del nostro sistema nervoso, programmato per agire e proteggere.
Quando l’intervento termina, però, il corpo si rilassa più in fretta della mente. Restano immagini, suoni, sensazioni. È la mente che continua a elaborare l’accaduto, cercando un nuovo equilibrio dopo l’attivazione intensa.
Come ricorda l’OMS (2011), lo stress acuto è una reazione fisiologica a un evento critico. Non è un segno di debolezza, ma una risposta adattiva. Tuttavia, se non trova spazio per essere riconosciuta e integrata, può trasformarsi in disagio persistente o lasciare tracce invisibili.
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La psicologia dell’emergenza: la dimensione invisibile del soccorso

Nel linguaggio del primo soccorso si parla spesso di protocolli, sicurezza e tempi d’intervento. Ma accanto a ciò che accade fuori esiste una parte altrettanto importante, che riguarda ciò che accade dentro.
La psicologia dell’emergenza si occupa proprio di questo: sostenere chi vive o assiste a un evento traumatico, prevenendo il danno psichico e favorendo un ritorno graduale alla normalità.
Negli ultimi anni, anche in Italia, lo psicologo è diventato una figura riconosciuta nei contesti di Protezione Civile, Croce Rossa, Polizia di Stato, SIPEM SoS e Psicologi per i Popoli. Le Linee guida della Polizia di Stato (2021) sottolineano che gestire un’emergenza significa proteggere non solo il corpo, ma anche la mente. Il supporto psicologico aiuta a regolare le reazioni emotive e fisiologiche, riducendo il rischio di sviluppare disturbi post-traumatici.
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Il Primo Soccorso Psicologico: esserci prima di curare
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il Psychological First Aid (PFA) come un insieme di azioni umane e pratiche volte a ridurre la sofferenza immediata e a favorire l’adattamento dopo un evento critico. È, a tutti gli effetti, il primo soccorso della mente.
Il PFA non è terapia, ma una presenza attenta e competente che aiuta la persona a ritrovare calma, orientamento e sicurezza. Le sue parole chiave sono semplici ma essenziali: proteggere, ascoltare, connettere, sostenere.
Un operatore formato al PFA non “cura”, ma accompagna. La voce, il tono, la postura e lo sguardo diventano strumenti di rassicurazione. Ogni gesto, anche minimo, può comunicare un messaggio chiaro: sei al sicuro, non sei solo.
Secondo l’OMS, queste azioni, se applicate correttamente, riducono il rischio di stress post- traumatico e rafforzano la resilienza individuale e collettiva.
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Le emozioni di chi soccorre

Anche chi presta aiuto vive l’impatto emotivo dell’emergenza. Durante l’intervento prevale la concentrazione, ma quando tutto si conclude possono emergere stanchezza, commozione o senso di vuoto.
Gli studi di Bagnato e Ruozzi (2010) descrivono quattro fasi emotive del soccorritore: allarme, azione, rilascio e rielaborazione. Se quest’ultima non trova spazio, il corpo e la mente restano in tensione. Possono comparire irritabilità, insonnia o sensazioni di distacco.
Charles Figley (1995) ha descritto la “compassion fatigue” come la stanchezza empatica di chi si prende cura degli altri senza prendersi cura di sé. Per questo molti protocolli prevedono momenti di defusing e debriefing: brevi spazi di confronto che aiutano a dare significato all’esperienza e a prevenire l’accumulo emotivo.
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La presenza che cura

La Gestalt Therapy offre una prospettiva preziosa per comprendere il valore della presenza nei contesti di emergenza. Ogni evento critico interrompe il naturale “ciclo del contatto”: la persona perde la capacità di restare pienamente in relazione con ciò che sta vivendo.
Il ruolo dello psicologo non è analizzare, ma accompagnare. Restare accanto con una presenza calma e coerente permette all’esperienza di completarsi. La presenza, in sé, è già una forma di cura.
A volte non servono molte parole: basta un tono di voce adeguato, uno sguardo, un respiro condiviso. Da questa forma di contatto nasce la sensazione di sicurezza e di fiducia necessaria per ripartire.
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Formare per comprendere

Integrare la dimensione psicologica nei corsi BLSD significa formare operatori completi, capaci di intervenire sul piano tecnico ma anche relazionale.
Un soccorritore che sa comunicare con calma, che riconosce una crisi di panico o gestisce la propria ansia, è un soccorritore più efficace e più protetto. Le linee guida dell’OMS e della SIPEM SoS ricordano che la salute mentale dei soccorritori è parte integrante della sicurezza dell’intero sistema di emergenza.
Formare per salvare, certo, ma anche formare per comprendere e restare presenti.
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Uno spazio per riprendere contatto
Il primo soccorso psicologico non riguarda solo l’emergenza: riguarda anche la vita di ogni giorno, quando qualcosa dentro di noi continua a “battere troppo forte”.
Nel mio lavoro accompagno persone che desiderano ritrovare calma, senso e direzione dopo esperienze difficili. Se senti che un evento o una fatica ha lasciato un segno, sappi che può esserci un luogo per parlarne e ritrovare respiro.
– Dott.ssa Chiara Dotto
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Sono Chiara Dotto, psicologa clinica (iscritta all’Albo A del Veneto) e psicoterapeuta i.f. Gestalt Therapy Kairos.
Lavoro con persone di tutte le età, offrendo consulenze individuali, di coppia e familiari, accogliendo vissuti, difficoltà e cambiamenti nei differenti momenti della vita.
Credo nella psicologia come spazio di relazione, crescita e cura, in cui la persona è vista nella sua globalità: corpo, mente, emozioni e legami.
Il mio approccio si basa sull’ascolto empatico e sull’utilizzo di tecniche terapeutiche mirate ad affrontare diverse problematiche e favorire trasformazioni significative nella vita delle persone.
Dott.ssa Chiara Dotto – Psicologa Clinica dello Sviluppo e dell’Età Adulta, Psicoterapeuta i.f. Gestalt Therapy Kairos
Studio di Psicologia Dott.ssa Chiara Dotto – Carbonera (Treviso) Ricevo su appuntamento in presenza e online.
Email: chiara.dotto.psico@gmail.com
Sito: https://www.chiara-dotto-psicologa.com/
Instagram: @chiara.dotto_psicologa







